STORIA DEL PERSONAL COMPUTER

IBM.jpg (74208 bytes)

Il 12 agosto 1981 veniva presentato ufficialmente alla stampa specializzata il personal computer di IBM. Dopo anni di ostracismo verso quegli oggetti, la multinazionale presenta una macchina dalle dimensioni ridotte e con prestazioni piuttosto modeste, indicata più genericamente come microcomputer.

Progettato un anno prima dal gruppo di ingegneri con a capo William Lowe (nome in codice Project Chess), era il fanalino di coda in un catalogo di ben più sofisticati prodotti che negli anni Ottanta generavano un fatturato tra i quaranta e i cinquanta miliardi di dollari.

Il personal era il 5150, basato sul processore 8088 a 4,77 MHz. Era dotato di memoria RAM da 64 Kb, un lettore di floppy da 5,25 pollici, tastiera, monitor monocromatico a 12 pollici. Utilizzava il sistema operativo PC-DOS 1.0 (acquisito su licenza da Microsoft). Costava tremila dollari in versione base, mentre la configurazione più ricca con monitor a colori raggiungeva i seimila dollari.

La storia del microcomputer inizia molti anni prima del lancio ufficiale di IBM. Queste macchine venivano infatti costruite da hobbisti appassionati di informatica, che non avendo accesso alle risorse dei grandi centri di elaborazione (macchine costose, diffuse in poche migliaia di esemplari in tutto il mondo solo presso università e grandi aziende), riuscivano a crearne una versione ridotta nel proprio garage.

La fetta di mercato di questi microcomputer era molto modesta: gli elaboratori venivano acquistati da altri appassionati o da piccoli imprenditori attratti dal prezzo, ben dieci volte più basso rispetto a quello del mini.

Il resto del mercato era diffidente soprattutto per la mancata standardizzazione delle macchine: ogni modello era diverso da tutti gli altri e veniva costruito spesso da un’impresa che non aveva storia e che rischiava di sparire dal mercato da un momento all’altro. Il mondo aziendale non poteva permettersi di affidare la gestione della propria contabilità a quelle macchinette stravaganti snobbate o addirittura ignorate dai professionisti.

La storia cambiò totalmente con la discesa in campo di IBM. In tutto il mondo questo marchio era sinonimo di serietà, qualità e affidabilità. Il piano di marketing prevedeva una vendita di 200 mila esemplari di PC IBM in cinque anni, se ne vendettero 250 mila nei primi dieci mesi (di cui 50 mila in otto mesi). Un’impressionante massa di clienti si lanciò nella corsa all’acquisto.

Ma il passo principale della diffusione del nuovo computer fu un’importante scelta strategica di IBM, che decise di comprare i componenti del PC sul libero mercato e di rendere pubblici il suo schema logico e quello circuitale, senza coprirli con brevetti e vincoli legali. In questo modo qualunque altro produttore di hardware poteva inserirsi sull’onda del successo del PC IBM e, nello stesso tempo, alimentare la diffusione del nuovo strumento.

Il previsto sviluppo di produttori terzi per il personal fu abbondante e molto articolato. Nacquero apparecchiature periferiche di vario tipo, ma anche macchine di base, veri e propri cloni dell’originale PC, che venivano venduti a macchia d’olio in tutto il mondo.

La stessa logica intrapresa da IBM di acquistare i componenti dell’elaboratore invece di progettarli e costruirli, la aveva orientata nella scelta del sistema operativo, il software per la gestione della macchina.

Lo sviluppo di un nuovo sistema operativo avrebbe richiesto un consumo di risorse eccessivo: non sarebbero bastati un paio d’anni di lavoro di decine e decine di specialisti. Per evitare un’operazione così pericolosa, IBM cercò un possibile fornitore di sistemi operativi adatti al PC e nel 1980 la scelta cadde sulla Microsoft, una piccola società di Seattle.

Il nome del sistema operativo era costituito con le iniziali delle parole che ne descrivevano le funzionalità: DOS, da Disk Operating System.

La licenza stipulata tra Microsoft e IBM prevedeva che su ogni PC sarebbe stata installata una copia del DOS, del nome di PC-DOS. La Microsoft si era riservata di concedere la licenza d’uso dello stesso prodotto ad altri costruttori di macchine personal, con un nome diverso: MS-DOS. Di fatto però, a parte la differenza del nome, i due programmi erano e sono rimasti nei quindici anni successivi, sostanzialmente identici.

L’introduzione del PC comportò una vera e propria rivoluzione nel modo di lavorare: l’informatica personale era sconosciuta nel mondo delle piccole e medie aziende. Pochi utenti selezionati avevano accesso a qualche archivio meccanizzato e, sotto il controllo dei mainframe, lanciavano programmi di lettura selettiva dei dati.

Queste operazioni venivano svolte attraverso i terminali stupidi, ovvero macchine formate da un enorme video monocromatico e da una tastiera, asservite a un mainframe dal quale ricevono i dati e al quale si potevano solo inviare messaggi, raramente istruzioni o comandi.

I PC erano meglio dei terminali stupidi, perché dotati ciascuno di una propria CPU che ne fa dei veri e propri centri di elaborazione autonomi. Si diffusero abbastanza rapidamente nel mondo aziendale, anche perché non rappresentavano un cambiamento particolarmente profondo dell’informatica tradizionale. In pratica, i micro erano mainframe in miniatura.

Agli occhi di qualcuno, però, apparivano come una forma di riduzione a banale strumento di lavoro di una mitica idea che era nata diversa, più libertaria. I mini (i predecessori dei PC) erano legati alla generazione dei figli dei fiori e degli hippy. Il computer veramente rappresentativo di questo filone non fu il PC IBM ma il Macintosh della Apple.

Nei Macintosh tutto era diverso: i comandi venivano impartiti tramite il mouse e non tramite la tastiera, scegliendo tra menu di tutti i tipi che spuntavano fuori ovunque si cliccasse sullo schermo.

Era un mondo troppo divertente per essere introdotto nella seria realtà aziendale, che preferì di gran lunga gli austeri PC ai gioiosi Mac.

L’applicazione che puntò l’attenzione sui personal fu il Visicalc. Concepito nel 1978 da Daniel Bricklin e commercializzato l’anno seguente, fu il primo foglio elettronico per il PC, dando chiaramente impulso all’età dell’informatica personale. La versione iniziale del programma era stata fatta su misura per l’Apple II e ne determinò in buona parte la grande popolarità.

Il Visicalc ha accelerato enormemente la domanda di personal, aprendo la strada al successivo foglio elettronico, il Lotus 1-2-3 di Mitch Kapor e Jonathan Sachs, che verrà poi superato dall’Excel della Microsoft.

Quello che con Visicalc era possibile realizzare era l’interattività. Una prestazione che non si poteva ottenere neanche avendo accesso ad un mainframe IBM era la possibilità di modificare delle cifre sullo schermo e di ottenere immediatamente il ricalcolo.

Con Visicalc, molti si resero conto della potenza del PC come strumento di produttività e si ampliò la base di utenza “personal”. Base di utenza che sia espanse ulteriormente nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la posta elettronica, il desktop publishing e le applicazioni di data base si sono andati ad aggiungere al menu dei micro.

Negli anni…

1983: Time proclama il microcomputer “l’uomo dell’anno”.

1983: IBM annuncia PC Jr, venduto a settecento dollari nella configurazione minima.

1984: IBM annuncia il PC AT (Advanced Technology), che utilizza il processore 80286, il PC-DOS 3.0 e floppy da 1,2 Mb. La configurazione completa di scheda grafica, monitor e disco fisso da 30 Mb costava 6700 dollari.

1987: Mentre Microsoft vende la sua milionesima copia di Windows, Compaq produce il suo milionesimo PC.